La mia estate con Georgette Heyer: dandy, calessi e conversazioni al veleno
Voi vorreste vivere a fine Settecento? Io no, o meglio: tolto il fascino di immaginarmi in abiti regali a un ballo, a cavallo o con la spada, non rinuncerei mai ai progressi della medicina, all’igiene a cui siamo abituati oggi e alle comodità della vita moderna.
Per non parlare del fatto che – come mi fanno notare i miei genitori ogni volta che dichiaro di sentirmi più portata per una vita da marchesa che per andare in ufficio tutti i giorni stirando anche i vestiti da sola – non è affatto detto che il mio ruolo in un’altra epoca sarebbe stato quello della nobile. Ci sono ottime probabilità che mi sarei ritrovata a stirare (o il suo corrispettivo settecentesco) in qualità di sguattera anche allora.
Comunque, quest’ultima estate l’ho passata leggendo, o meglio divorando, i romanzi di Georgette Heyer, una scrittrice tanto conosciuta dai suoi appassionati lettori quanto forse poco considerata dal resto del mondo. Una sorta di Jane Austen più moderna, che però ha ambientato molti dei propri romanzi tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, in particolare nell’epoca della Reggenza, naturalmente in Inghilterra.
E chi c’è, immancabilmente? Un ricco signore sfuggevole, ironico e libertino, una donna non più giovanissima (almeno non sempre, il che significa più o meno venticinque anni), uno o più fratelli molesti ma devoti di cui occuparsi, un genitore mancato o indegno. Lui e lei finiscono inevitabilmente per incrociare le spade, metaforicamente parlando, e a un certo punto quelle spade si tramutano in cuori.
Tutto in uno stile scorrevole ma elegante e arguto, dal gergo impeccabile dei primi dell’Ottocento, con un ritmo divertente e sostenuto: il vero marchio di fabbrica dei suoi lavori migliori. Mi ha costretto spesso a rileggere qualche frase o, addirittura, l’intero romanzo, per recuperare sfumature che alla prima, schizofrenica lettura, mi erano sfuggite.
Ma chi era Georgette Heyer (oltre che la mia ossessione dell’estate)
Georgette Heyer nasce a Wimbledon nel 1902, figlia di un insegnante di francese e di una donna che, per l’epoca, veniva da un ambiente piuttosto pratico (suo nonno possedeva rimorchiatori sul Tamigi). Scrive il suo primo romanzo, La falena nera, giovanissima: una storia nata per intrattenere il fratello minore malato, che il padre la convince a pubblicare. Da lì in poi non si ferma più e nell’arco di oltre cinquant’anni pubblica circa cinquantacinque romanzi, tra storie ambientate in epoca georgiana e reggenza, libri gialli e persino qualche romanzo contemporaneo.
Il vero salto arriva nel 1935 con Il dandy della reggenza, un romanzo che, da quel che ho inteso, ha contribuito a delineare il genere Regency Romance così come lo conosciamo oggi. Da quel momento, con pochissime eccezioni, Heyer scrive quasi solo storie ambientate in quel periodo, fino a Una donna di classe, del 1972, il suo ultimo romanzo pubblicato mentre era in vita.

Ho letto senza sosta, in pochi giorni, alcuni dei suoi romanzi più famosi: Il dandy della Reggenza, appunto, Sophy la Grande, Frederica, Arabella e molti altri ancora, e sono di colpo ripiombata in quell’epoca di estrema e urticante attenzione all’abbigliamento dei signori uomini, alla Londra più sfrenata, al dandismo, ai cavalli e alle carrozze.
Un’epoca di matrimoni che dovevano essere approvati, di ragazze che potevano camminare solo in presenza di una chaperon, di uomini che si avvicinavano con garbo per chiedere il permesso di danzare. Ma anche, va detto, un’epoca di forti limiti per il genere femminile, di pregiudizi, di classismo e di pigra indolenza nobiliare.
Eppure le donne di Heyer sono tutt’altro che remissive. Sono intelligenti, brillanti, a tratti stravaganti (tradotto, sono moderne), dotate di un notevole senso pratico, capaci di gestire una famiglia o guidare cavalli e carrozze, e soprattutto di una gaia schiettezza nel momento in cui si trovano a rifiutare l’inaspettato (ma neanche tanto) pretendente, magari lo stesso che fino a cinque pagine prima la prendeva in giro o ne criticava apertamente le qualità.
Georgette Heyer, Il dandy della reggenza, 1935
“Oh, state guardando il mio abito e vi dite che sembro terribilmente bizzarra. Vedete, non sono bella, non lo sono affatto e non lo sono mai stata: quindi devo essere eccentrica. Non c’è altra possibilità! Ed è un’ottima soluzione.”
Ok, a questo punto la confessione è d’obbligo: per un pizzico di romanticismo dimenticato, posso (almeno dentro un romanzo) tralasciare il gender gap, il ruolo della donna, l’accettata differenza di età in un matrimonio dove l’uomo poteva essere sensibilmente più grande di qualsiasi ragazza, ma mai il contrario, un mondo dove non potevi vivere da sola a ventisei anni senza essere considerata un’eccentrica zitella senza speranza.
Le storie d’amore, immancabilmente presenti nei romanzi di Heyer, senza mai essere sdolcinate trasudano romanticismo, attesa, aspettativa. Ma le stesse si trascinano a malapena accennate, tra un intrigo di spie e un’avventura rocambolesca, fino a un finale che, lungi dall’essere ridondante e prolisso, si consuma rapido come la combustione di un fiammifero.
Ti lascia lì, a rileggere la tanto attesa dichiarazione d’amore, perché la tua mente, rapita da pagine e pagine di attesa, alla fine si mostra un po’ piccata per la brusca conclusione della storia tra lui e lei.
Cravatte, mussole e conversazioni al veleno
Oltre all’elemento romanticismo, alle scene di comica confusione create da personaggi talvolta davvero bizzarri, e all’ardire delle protagoniste, quello che mi conquista sempre è la conversazione: vivace, brillante, spesso sarcastica, che scorre tra i diversi personaggi.
Non posso non confessare la bellezza di essere catapultata in un mondo dove ogni frase, dall’espressione più cortese al più elaborato degli insulti, viene detta con garbati giri di parole. Dove la massima occupazione di chi se lo poteva permettere era ricevere ospiti in salotto o scegliere l’abito giusto per il prossimo ballo da Almack’s, il tempio della vita sociale londinese.

Un’epoca di cortesie studiate e non sempre oneste, di grandissima attenzione all’aspetto e ai dettagli dell’abbigliamento, tema che mi piacerebbe davvero approfondire. Confesso la curiosità con cui mi troverei ad osservare da vicino questi benedetti stivali assiani, le redingote con le mantelline, le cravatte annodate alla maniera dei dandy, i colletti così alti da non permettere nemmeno di girare la testa. E mi piacerebbe capire meglio la differenza tra il crespo e la mussola, e tutti quei dettagli che facevano distinguere una signora alla moda da una vestita semplicemente con appropriatezza.
Da brava ammiratrice di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio resterà sempre il mio libro preferito, non posso non ammirare ogni singolo personaggio femminile creato da Heyer, che con intelligenza e ironia disegna ritratti di donne talvolta bellissime, talvolta meno, ma sempre ricche di spirito, buon senso e carattere.
Peccato solo che a queste caratteristiche il più delle volte non venga concessa altra strada che accalappiare il libertino di turno e redimerlo, piuttosto che guadagnarsi il diritto a una vita libera, magari con un’occupazione rispettabile, per usare il gergo dei romanzi di Heyer.
Ma la romantica che è in me non può fare a meno di divorare pagina dopo pagina, nella speranza, anzi nella certezza, dopo averne letti almeno una dozzina, che nell’ultima pagina lui chieda a lei di sposarlo in un modo così bruscamente frettoloso da risultare assolutamente romantico, proprio perché in contrapposizione con tutto il resto della vicenda narrata fino a lì. Confesso di aver riletto più volte alcune di queste dichiarazioni, brevi, a volte quasi inesistenti, eppure così romantiche.
E qui torna il grande dilemma che la scienza non ha ancora saputo risolvere, forse perché attiene semplicemente alle preferenze individuali: non è che tutto ciò che non viene detto, che resta appena accennato, intriga molto più di quanto viene palesemente dichiarato? Con Georgette Heyer la risposta è sicura.
Perché non ci sono film tratti dai romanzi di Heyer?
Mi sono davvero chiesta perché non ci siano chilometri di pellicola dedicati alle storie di Heyer, così ho cercato informazioni e la questione si fa interessante e un po’ assurda. Jane Austen ha scritto sei romanzi e vanta almeno sei adattamenti importanti sul grande schermo, oltre a una quantità di serie e riduzioni televisive.
Georgette Heyer di romance – se così posso definirli – ne ha scritti più di trenta, eppure il conteggio dei grandi adattamenti cinematografici è, ancora oggi, sostanzialmente zero. L’unico adattamento inglese esistente, un film del 1950 tratto da La vedova riluttante, si allontanò così tanto dal romanzo che nemmeno Heyer volle mai vederlo: fu il figlio a metterla in guardia, secondo la biografa ufficiale, dicendole che l’avrebbe odiato.
Uno dei problemi, nel corso degli anni, è stato probabilmente quello dei diritti, rimasti a lungo frammentati tra diversi soggetti e quindi non semplicissimi da gestire per eventuali adattamenti. Negli anni si sono susseguite trattative e opzioni acquistate da varie case di produzione, incluso un progetto per portare sul grande schermo Sophy la Grande, ma nessuna di queste operazioni è mai arrivata davvero in sala.
C’è anche chi sostiene che, viste le premesse, forse è persino meglio così: un adattamento fatto male rischierebbe di allontanare lettori potenziali più di quanto un buon film li avvicinerebbe.
Qualche curiosità su Heyer
Sembra che Heyer preferisse, alla notorietà, il lavoro fatto bene e la vita privata protetta. Non ha mai rilasciato un’intervista in vita sua, non cercava pubblicità, e i suoi romanzi non venivano particolarmente recensiti dalle pubblicazioni letterarie “serie”. Eppure alla sua morte aveva quarantotto titoli ancora in stampa, e i suoi romanzi continuano a essere letti in tutto il mondo.
La sua accuratezza storica era quasi maniacale. Teneva quaderni pieni di appunti su gergo, moda, architettura e usanze del periodo, e per scrivere An Infamous Army (in italiano L’incomparabile Barbara) arrivò a procurarsi persino una raccolta dei discorsi del Duca di Wellington, per essere sicura che tutto ciò che il personaggio diceva nel romanzo fosse plausibile. Nei suoi libri, personaggi storici realmente esistiti, come Beau Brummell o lo stesso Principe Reggente, interagiscono con quelli di finzione, e il confine tra i due piani è talmente ben costruito da risultare quasi invisibile.
Nonostante l’aria fatata dei suoi romanzi, Heyer era anche la principale fonte di reddito della sua famiglia: suo marito studiava legge, e lei intanto scriveva un romance e un giallo all’anno con una disciplina quasi impiegatizia. Non conservava le lettere delle sue lettrici, proprio per tenere ben separata la carriera dalla vita privata, ma fece un’eccezione per la lettera di una prigioniera politica rumena, che le scrisse per raccontarle quanto i suoi libri l’avessero aiutata a resistere insieme alle sue compagne di cella.
Ecco, forse è proprio questo il punto: dietro l’apparente leggerezza di un romanzo rosa può nascondersi, per chi legge, un rifugio molto concreto.

Due risate sulle incongruenze dell’epoca
Da quello che ho potuto capire leggendo romanzi regency, alcuni dettagli sui quali è meglio non soffermarsi troppo per non rovinarsi la lettura risultano davvero ridicoli, se non deprimenti, ma ci si può passare sopra in nome della narrazione.
In particolare, però, non si può non notare che:
- lui passa la giornata a passeggiare, andare a cavallo o giocare d’azzardo nei club per gentiluomini;
- i duelli per lavare un’offesa sono all’ordine del giorno, anche se all’epoca erano già fuorilegge e sempre più rari, un dettaglio che Heyer tende a romanzare un po’;
- indebitarsi al gioco va benissimo, se sei ricco, ma il debito va sempre pagato: ne va dell’onore del gentiluomo (onore che, a quanto pare, non ha molto a che fare con la correttezza, l’onestà o la gentilezza);
- essere misogino, sprezzante, e persino uccidere in duello non è un problema, ma il debito di gioco è sacro, perché quello sì che è, comunque, una questione d’onore;
- lei deve acchiappare un buon marito se non è ricca, altrimenti non sa come campare, ma se una ragazza senza mezzi cerca un marito ricco diventa un’arrampicatrice sociale indegna. Quindi conviene sempre avere i soldi, come oggi del resto;
- anche se ha i soldi, lei deve comunque trovarsi un marito, altrimenti è una zitella; nella stessa identica condizione, lui è un libertino, bollato a parole dalla buona società come individuo spregevole, ma di fatto rincorso da tutti, ammirato, preso a esempio;
- lui può essere ironico, indolente, sprezzante, irascibile, prepotente e poco educato ma se sa gestire i cavalli di una carrozza, si veste come Beau Brummell e tira lei fuori da un impiccio, allora va tutto bene, nessun problema.
Ma come fanno, dunque, le nostre eroine a conquistare l’incallito scapolo libertino e sprezzante nei romanzi di Heyer? Alcuni elementi ricorrono spesso:
- Lei all’inizio non è interessata a lui: prima regola di base. Probabilmente questo stuzzica irrimediabilmente l’ego di uomini abituati a essere oggetto di caccia grossa matrimoniale.
- Lei non è sciocca né stupida, si occupa da sola delle questioni domestiche e familiari, ha buonsenso e non è MAI un’arrivista interessata ai soldi o al titolo.
- Lei, non so perché ma sembra una caratteristica irresistibile, sa guidare il calesse e condurre i cavalli quasi come un uomo! Cambia il veicolo ma il pregiudizio, evidentemente, resta.
- Lei, a un certo punto, ha bisogno di risolvere un problema: accasare una sorella, badare a un fratello. Lui, finalmente, si rende utile: le presta il proprio aiuto e, così facendo, si gonfia un po’ l’ego nei panni del benefattore.
Un po’ di romanzi per iniziare (o continuare)
Se volete avvicinarvi a Heyer, o approfondire dopo aver letto solo qualcosa qua e là, questi sono tra i titoli più amati dai suoi lettori, e anche quelli che ho letto io:
- Arabella (anche tradotto Il gioco degli equivoci). Ha il merito di essere stato il primo libro di Heyer che ho letto, perché disponibile su Amazon Prime, e di avermi fatto venire voglia di continuare. Senza un soldo ma molto bella (almeno una delle due caratteristiche è necessaria alle eroine di Heyer, altrimenti l’unico ruolo possibile restava forse quello di una cameriera), Arabella la spara grossa sul proprio patrimonio davanti all’Incomparabile signor Robert Beaumaris, annoiato re del bel mondo, e si trova poi costretta a rendere conto delle sue bugie davanti a tutta la Londra che conta. Ma quando una è bella…
- Il dandy della Reggenza. Il conte di Worth si rivela essere l’odioso quanto riottoso tutore di Peregrine e Judith, che mal digeriscono il fatto di dover sottostare alle decisioni del conte, un vero dandy…
- L’inarrestabile Sophy (o anche Sophy la Grande). Sophy è un’eroina dirompente e irriverente, uno dei miei personaggi preferiti, che – ospite della zia Elizabeth – stravolge le vite di tutta la famiglia, ma soprattutto quella dell’irreprensibile cugino Charles.
- Frederica, una delle sue eroine più amate, tra i romanzi della maturità. Per combinare un matrimonio conveniente per la sorella e prendersi cura dei fratelli, sacrifica se stessa conquistando così l’affetto del lontano cugino, l’indolente e sarcastico libertino marchese di Alverstock.
- L’imprevedibile Venetia, spesso citato come uno dei più raffinati. Venetia è schietta, pratica e non si cura delle apparenze né delle convenienze, ed è così che intreccia un’improbabile amicizia con il libertino lord Damerel… Forse il più romantico che ho letto.
- Incontro a sorpresa (anche tradotto La vedova riluttante). La povera Elinor, caduta in disgrazia, è costretta – Dio non voglia – a trovarsi un lavoro ma, per caso, viene accolta nella casa di lord Carlyon che, leggermente autoritario, la costringe a sposare un balordo cugino morente, così Elinor eredita, all’apparenza, debiti, problemi e la partecipazione involontaria a un intrigo internazionale. Naturalmente, alla fine, tutto si risolve con una felice unione.
- Pecora nera. Abigail è irrimediabilmente zitella a ben ventotto anni ma, costretta ad allearsi con l’eccentrico signor Miles Calverleigh, una vera e propria pecora nera, per impedire il matrimonio disastroso che si profila all’orizzonte per la nipote Fanny, si troverà suo malgrado a dover abbandonare tale felice condizione…
- La pedina scambiata. Il duca di Avon, soprannominato Satana, una notte compra un paggio (neanche fosse un cavallo) che però riserva parecchie sorprese…
- Il figlio del diavolo, seguito de La pedina scambiata. Lord Vidal – figlio del duca di Avon – non lo tieni neanche con il guinzaglio, praticamente andrebbe appeso alla forca ma è un marchese ed è bellissimo, quindi ok. Mary è intelligente ma non insensibile ai marchesi molto belli quindi si lancia in un’impresa che, vista con il senno di poi, sembra molto più paracula che mossa da nobiltà d’animo.
- Una donna di classe. Annis, ormai attempata ventinovenne nubile, raccoglie sulla strada per Bath due adolescenti che parlano troppo e non fanno che bisticciare, in fuga dalle rispettive famiglie. La vita a Bath è, evidentemente, così noiosa da indurre Annis ad agire temporaneamente in qualità di tutrice per la giovane Lucilla e il suo amico Ninian. Come se questo non bastasse, vive – per il rispetto delle convenienze – con una cugina petulante e logorroica. Per fortuna, Lucilla ha uno zio antipatico, ricco e libertino. A voi le conclusioni…
- L’anello. Avventura, romanticismo e disperazione: a queste amenità ambisce la giovane francese Eustacie, che non ha nessuna intenzione di sposare il serioso cugino Tristram e vivere nel Sussex, preferendogli invece il cugino contrabbandiere Ludovic, ingiustamente accusato di un omicidio compiuto per recuperare un anello di famiglia. Per fortuna, almeno uno dei tre ha la testa sulle spalle…
Cosa resta di un’estate passata altrove (nel tempo)
Quello che mi resta, chiuso l’ultimo libro dell’estate, ma non certo l’ultimo libro che leggerò di questa formidabile autrice, è la sensazione che leggere Heyer sia, sì, pura e romantica evasione ma anche un modo elegante per misurare la distanza, e a volte la sorprendente vicinanza, tra il mondo di allora e quello attuale.
E, sebbene nessuno sia così poco sagace da rimpiangere un’epoca storica iniqua, violenta, malsana e classista, ci è comunque consentito desiderare, un pochino, di tornare a certi modi garbati (per quanto falsi) e alle buone maniere di allora, di cui la nostra epoca sembra sempre più spesso sguarnita.
