Una cosa divertente che potrei anche rifare: in crociera nel Mediterraneo

Spero che David Foster Wallace mi perdoni, ma io in crociera mi sono divertita.

Lo so, il paragone non regge. La sua crociera di lusso nei Caraibi e la mia settimana nel Mediterraneo su una nave piena di famiglie con bambini urlanti hanno in comune ben poco, ma la verità è che, nel momento esatto in cui ho prenotato, mi è tornata in mente la sua tesi, tanto cupa quanto ironica, sulle crociere di lusso.

L’avevo letta qualche anno fa in “Una cosa divertente che non farò mai più” (A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again), il reportage che Wallace scrisse nel ’96 per Harper’s dopo essere stato imbarcato sulla nave di lusso MV Zenith.

La tesi, semplificando parecchio un saggio pieno di note a piè di pagina lunghe quanto il testo principale, è più o meno questa: le crociere di lusso sono un tentativo meticolosamente costruito di ritrasformare l’adulto pagante in un bambino rimbambito e coccolato, e tutto questo coccolamento forzato, invece di rilassarti, finisce per metterti solo più a disagio, perché quella parte infantile che cerca la soddisfazione totale non si placa mai, ne vuole sempre un po’ di più.

È una tesi affascinante, a pensarci, ma molto cupa. Ed è anche completamente inapplicabile alla mia crociera, il che non mi ha impedito di tornare con la mente alla mia lettura di qualche anno fa.

“Il modo migliore per descrivere il contegno di Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.”

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, 1997

La mia nave non era la Nadir di Wallace, piena di sessantenni benestanti in cerca di un oblio dorato che li tenesse lontani dall’idea della propria mortalità. Sulla mia c’erano famiglie con bambini che urlavano al buffet, non signore in tailleur bianco spalmate di crema idratante a bordo piscina.

E soprattutto, nessuno mi ha coccolata granché,se per “coccolare” intendiamo quel livello di lusso ovattato e ipnotico che secondo Wallace ti riporta all’infanzia. A me hanno dato un buffet aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, non un maggiordomo personale.

Il paragone, insomma, va usato con le pinze ma qualcosa, in fondo, un pochino regge lo stesso: quella sensazione di trovarsi dentro un ambiente progettato apposta perché tu non debba pensare a niente e ogni disagio sembri essere anestetizzato dall’offerta di entertainment e servizi. Solo che nel mio caso il disagio da anestetizzare non era la paura della morte ma la fila per il bar.

Ma andiamo con ordine, perché prima di salire sulla nave c’era già nell’aria odore di possibile inquietudine…

La settimana prima della partenza, infatti, la televisione non passava altro che filmetti di serie B con titoli tipo “Delitto in crociera” o “Crociera con il morto”. Perfino l’episodio de La signora in giallo trasmesso la domenica prima vedeva Jessica Fletcher alle prese con un omicidio, indovinate un po’, durante una crociera.

Ho cambiato canale ogni volta, per evitare che mio figlio, già preoccupato all’idea che la nave potesse affondare, si convincesse che stesse per imbarcarsi in un covo di assassini seriali. L’unica cosa di cui avere davvero timore, gli avrei potuto dire, è la tessera collegata alla carta di credito.

La mia esperienza: in crociera nel Mediterraneo a settembre

I passeggeri

Partiamo dalle persone. Innanzitutto confermo che nessuno è stato assassinato durante la mia crociera ma, talvolta, avrei desiderato essere io il killer.

Tante persone, variegate, di estrazioni diverse. Mi aspettavo, erroneamente, molti italiani su una crociera “italiana” mentre in realtà, come era anche ovvio pensandoci, a ogni tappa salgono quasi sempre nuovi passeggeri, e alla fine di italiano sulla MSC Meraviglia c’è ben poco.

Il personale, poi, mastica a malapena qualche parola d’italiano, visto che viene prevalentemente dall’estero. Abbiamo avuto come compagni di viaggio spagnoli, francesi, italiani ma anche tedeschi, australiani, svizzeri e chissà da quante altre provenienze.

Quello che ho notato è che l’estrazione sociale era tendenzialmente di basso livello; non dal punto di vista economico, sia chiaro: se una persona si è potuta permettere una crociera, non era certo alla fame, ma le modalità di comportamento non lasciavano ben sperare.

Le persone urlano, si spintonano, parlano al telefono continuamente e a lungo, con toni di voce insopportabilmente alti, spesso con il vivavoce acceso. Temo che, con cinquemila persone rinchiuse in poco più di trecento metri, un po’ di cafonaggine qua e là sia inevitabile.

Questo chiaramente non migliora l’esperienza. Devo dire che mi è dispiaciuto constatare che più di tutti urlavano gli italiani – non solo loro, ma soprattutto loro.

Sul bus navetta a Marsiglia, il primo giorno, avevamo accanto due signori italiani, marito e moglie, entrambi al telefono: lei urlava con qualcuno, lui urlava con qualcun altro. Abbiamo saputo tutto quello che il signor Giuseppe, dall’altro capo del cellulare, avrebbe dovuto fare quel giorno, e ci siamo sentiti ripetere almeno dieci volte che la nave era grande “come da casa sua alla macelleria” di non so quale paese.

A Palermo sono saliti due signori di una certa età, diciamo non meno di 55 anni. Appena entrati in cabina hanno cominciato a urlare, sbraitare dal balcone, telefonare e fare videochiamate, con timbri di voce – soprattutto lei – che avrebbero potuto far esplodere la cristalleria.

Quando mi sono affacciata per farmi vedere, sperando che la presenza di un altro essere umano bastasse a far abbassare un po’ i toni, mi sono ritrovata rivolta contro il cellulare della videochiamata, con lei che diceva non so bene a chi “salutate la mia vicina di camera”. Mi sono trovata così a fare gesti di saluto con la mano a gente che non conoscevo mentre avrei voluto strozzare la signora. Immaginate la mia espressione.

Il buffet e il cibo

Al buffet, follia più totale. Non tanto per la fila o l’attesa quanto per lo spettacolo. Persone che vagano con piatti stracolmi di hamburger, patatine, salsicce, pasta e frittelle, tutto insieme nello stesso piatto. Ho visto gente riempirsi il piatto di hot dog e cibo spazzatura con una frequenza impressionante.

Capisco ora il fascino di un buffet aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, dove a vincere è sempre il cibo spazzatura e mai la salute, perché fanno più voglia le patatine fritte con l’hamburger che l’insalata di cetrioli relegata in un angolo. Ho visto persone mangiare solo questa roba per un’intera settimana, approfittando dell’open bar incluso nel pacchetto bevande, girando con improbabili piña colada e caipiroska alla fragola per tutto il giorno.

Spero che in questo momento stiano bene, o almeno che stiano bene i loro organi interni.

La navigazione e il mare

La navigazione è bella e interessante. Se non si è mai stati in mare per più di qualche ora, la crociera è sicuramente un’esperienza, a tratti anche un po’ spaventosa. Ammetto che la prima notte, affacciata dal ponte più alto, sono rimasta sconcertata dal nero che ci circondava: il buio più totale. Anche mio figlio si è spaventato, continuava a dire che c’era “il vuoto”, e in effetti la sensazione era proprio quella.

Nessuna stella, nessuna luna, nemmeno una lucetta dalla costa, perché la costa era lontana, e in quel momento nessuna barca a farci compagnia. Davvero inquietante. Ma con il passare dei giorni, e un po’ di raziocinio, ci ho fatto l’abitudine.

A volte guardavo la mappa nautica per capire dove fosse la costa, a quale paese fossimo vicini, e mi dicevo che non dovevo sentirmi così sola, visto che a poche decine di chilometri da noi navigavano petroliere e altre navi turistiche. Bastava quello per sentirsi un po’ meno sperduti nel nulla ma il buio totale del mare di notte resta un’esperienza che davvero non dimenticherò.

Le tappe

Il tragitto è stato piacevole: Livorno, Marsiglia, Barcellona, un giorno di navigazione, La Goulette (porto di Tunisi), Palermo e infine Napoli. Marsiglia e Barcellona le conoscevo già, ci sono tornata volentieri.

Non ho potuto vedere Tunisi perché le escursioni erano terminate, e noi, come degli sciocchi, ci eravamo attardati a prendere la navetta per la Medina, la città vecchia. Ci siamo accontentati del giro turistico al paesino di Sidi Bou Said, un pittoresco borgo bianco e azzurro che ricordava molto le coste del nostro Sud Italia.

Lì abbiamo patito un caldo insopportabile e schivato venditori a destra e a manca, anche se “schivato” è una parola grossa, visto che in realtà ero io ad andare a cercarli, per tutta la lista di souvenir che volevo portarmi a casa.

Palermo è sicuramente molto bella, ma non ho avuto occasione di vederla bene: il mio compagno era indisposto, e questo ha un po’ rovinato i programmi che avevamo fatto. Non sono nemmeno riuscita a mangiare un’arancina come si deve dentro Ballarò, che però almeno ho visitato.

Napoli è stata una scoperta meravigliosa, anche se certe cose bisogna sempre provarle di persona per crederci: via Toledo, Spaccanapoli, San Gregorio Armeno, il lungomare. Tutto di una bellezza commovente. È chiaro che dovrò tornarci, perché in tre o quattro ore non si riesce a vedere assolutamente niente in maniera soddisfacente.

L’intrattenimento a bordo

L’intrattenimento sulla nave è per tutti i gusti, su un tono un po’ pacchiano: bingo, svendite di borsette di marca, musica a tutto volume nella galleria del passeggio serale, lezioni di danza, macchinette del casinò, piano bar su scale illuminate da cristalli.

Lì la gente si ferma di continuo a fare foto in pose ridicole, tipo discesa dalla scalinata in modalità MET Gala. Il risultato è che si blocca il passaggio a chi sta solo camminando e vuole semplicemente passare, magari dopo che il diciassettesimo selfie non è venuto come doveva.

Ci sono anche i fotografi ufficiali, certo, ma nessuno ti costringe a farti fotografare, così come nessuno ti obbliga a fare la foto col capitano o altre pacchianate del genere. La verità è che ognuno può vivere la crociera come preferisce.

Noi, ad esempio, abbiamo preferito andare al ristorante che ci era stato assegnato, mangiando magari un po’ meno e scegliendo da una selezione limitata di piatti, piuttosto che infilarci nel buffet in mezzo alla mandria di gente che cercava di raggiungere patatine e ketchup, dove per un tavolo bisognava lottare e la fila per il bar sembrava non finire mai.

Ognuno può gestirsi la vacanza come crede: nessuno obbliga ad andare alle feste, nessuno obbliga a partecipare alle iniziative della nave. Ci si può tranquillamente rilassare leggendo un libro sul proprio terrazzino, o in una delle mille sedute sparse per la nave.

Il personale di bordo

Il personale dei ristoranti e del bar è di una cortesia squisita, in particolare a cena: abbiamo chiacchierato spesso con i nostri camerieri, quasi tutti provenienti dall’Indonesia. Molti condividono volentieri le proprie storie di vita e la maggior parte è di una gentilezza incredibile. In particolare sono stati molto simpatici con mio figlio di 8 anni: davvero un piacere avere a che fare con persone così.

E questo nonostante a cadenza regolare si debbano pure esibire in balletti vari sulle note della Macarena o per ricordare a tutti l’importanza di lavarsi le mani al buffet sulle note di un’improbabile versione di I Want to Hold Your Hand trasformata in You gotta wash your hands.

Ho letto qualcosa sulle ragioni per cui il personale è quasi tutto straniero, e molto ha a che fare con il cambio della valuta dei paesi di provenienza: stanno in mare otto o nove mesi sulla stessa nave, senza vedere la famiglia, ma nel loro paese lo stipendio vale questo sforzo.

Spero davvero che le compagnie li trattino con il riguardo che meritano dei lavoratori che restano per mesi lontani da casa, con turni tra le dieci e le quattordici ore al giorno o almeno così mi è sembrato, visto che sono sempre al lavoro.

Antoni è indonesiano, ha tre figlie, la sua famiglia è in Indonesia, ed è sulla nave da otto mesi. Prima faceva crociere in Oriente, più vicino a casa sua – Giappone, Cina – ma adesso è qui sulla Meraviglia, e ci racconta che almeno oggi esistono le videochiamate, mentre dieci anni fa si poteva solo telefonare dalla cabina, compatibilmente con il fuso orario.

Gita, abbreviazione di un nome ben più complesso, viene anche lui dall’Indonesia e tornerà a casa a maggio 2027, dopo che la nave avrà affrontato una traversata oceanica verso gli Stati Uniti. È molto bravo a piegare il tovagliolo a forma di animale, per poi farlo sgusciare via tra le braccia di un divertito bambino di otto anni che si annoia a tavola.

Conclusioni

Quindi no, la mia non è stata la crociera di Wallace. Nessuno ha cercato di coccolarmi fino a farmi regredire a uno stato infantile – se qualcosa mi ha fatto sentire piccola e disorientata è stato il buio assoluto del mare la prima notte, non un maggiordomo. E forse è proprio questo il punto: quando il lusso ovattato di cui parlava lui manca, manca anche il grottesco che lo accompagna, e resta solo il caos molto più terreno di famiglie che urlano al buffet e signori che telefonano a tutto volume su un balcone.

Wallace tornò da quella crociera dei Caraibi giurando che non l’avrebbe mai più fatta. Io, che di lusso sfrenato ne ho visto ben poco e di gente rimbambita nemmeno troppa, un pensierino a ripetere l’esperienza potrei farlo davvero.

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