Il balcone: confine tra vita privata e pubblica

È arrivata, finalmente, la stagione dove inevitabilmente preferisci stare fuori. Quella stagione dove ogni scusa é buona per mettere il naso fuori di casa e afferrare un raggio di sole, una folata di aria o il profumo proveniente dalla cucina di qualcuno che sta cuocendo l’arrosto. Ogni momento sembra perfetto per uscire sul terrazzino con il caffè in mano, in maglietta, e stare lì un momento a non fare niente. Solo stare.

Il balcone e la strada: quel metro quadro sospeso tra il dentro e il fuori


Io adoro vivere in città. Lo so che non va di moda dirlo, che si tende a sognare il verde e la quiete, ma la verità è che mi piace il movimento, mi piacciono le persone che passano, il via vai dei pomeriggi, le voci che salgono dal basso mischiate al rumore dei motorini. C’è una vitalità nella strada che mi fa compagnia, anche quando sono comodamente seduta qui, sul mio tavolino all’ombra dei tigli, a sorseggiarmi il caffè della mattina o a godermi il fresco del tramonto.
E il terrazzino è esattamente il posto da cui tutto questo si può guardare, godere, assaporare, senza però esserne del tutto dentro.

L’Italia è un paese affacciato al balcone


Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un post Instagram di 90100LAB – Laboratorio culturale che esplora nuovi immaginari urbani tra cultura contemporanea, persone e innovazione – e che ha dedicato un carosello (bellissimo) proprio al balcone come luogo simbolico della vita italiana. Il balcone come confine perfetto tra vita privata e vita pubblica: sei dentro casa, ma anche nel quartiere. Non partecipi davvero, ma osservi tutto. La signora che annaffia, il motorino che passa, il vicino che urla, il cielo che cambia colore sopra i palazzi.
E soprattutto: il balcone come compromesso poetico. In un paese dove avere casa è diventato un miraggio, quei tre metri sospesi sono il nostro modo per ricavarci comunque uno spazio, un affaccio, un punto da cui respirare.

Il balcone, del resto, ha una storia lunga e racconta molto di chi l’ha costruito e di chi ci abita. Basta alzare gli occhi in qualsiasi strada italiana per accorgersene: c’è il balcone con le ringhiere in ferro battuto che sembrano merletti, tutto curve e decorazioni floreali; quello con le linee pulite e il parapetto in cemento, austero e geometrico; quello stretto e funzionale dei palazzi popolari, pensato più per stendere i panni che per starci seduti a leggere.

E poi c’è il balcone abbandonato alla natura, conquistato nel tempo dall’edera e dalla vite fino a diventare una piccola giungla sospesa, verde e impenetrabile, che d’estate fa ombra e d’inverno sembra un nido. E quello che a Natale si trasforma in un presepe luminoso a cielo aperto, con statuine, lucine e ghirlande che sfidano qualsiasi coerenza estetica.

Ogni balcone racconta qualcosa, dell’epoca in cui il palazzo è stato costruito, certo, ma soprattutto di chi ci abita adesso. C’è qualcosa di molto italiano in questo: nell’idea che uno spazio architettonico diventi, nel tempo, qualcosa di completamente personale. Quasi irriconoscibile rispetto al progetto originale. E proprio per questo, bellissimo.
È un tema che mi ha catturata subito, anche perchè è un po’ che ci penso, anche in relazione a come vedo che i miei vicini di casa interpretano il tema…

Il balcone come ho deciso io che deve essere


Ho un piccolo balconcino con la ringhiera, uno di quelli che non si può fare finta che non ci siano, perché chi passa può vedere tutto. E forse è proprio per questo che ci tengo. Lo curo. Ho le piante, ho il tavolino, ho la sedia giusta. Quando arriva la bella stagione tiro fuori i cuscini, sistemo i vasi, mi assicuro che ci sia un posto dove sedersi con una certa dignità. A Natale decoro con ghirlande e lucine, in autunno pianto qualcosa dai colori arancioni e caldi, immaginandomi a Parigi davanti a una Tour Eiffel che non vedo senza l’aiuto dell’AI, non in primavera sbocciano fiori in gran quantità e in estate diventa la mia terrazza lounge su una vacanza che non sto facendo.

Foto del balcone di Caffè Lungo lifestyle blog nelle quattro stagioni

Per me il balconcino è un pezzo della casa, non un ripostiglio con vista. I miei vicini, con tutto il rispetto, hanno un’altra filosofia. Il loro balcone è un deposito funzionale: la scopa, i sacchi dell’immondizia, i panni stesi senza cerimonie, qualche scatolone che ha trovato lì la sua sistemazione definitiva. Funziona, probabilmente, nell’economia della loro organizzazione domestica. Ma io non riesco a farlo. Mi dà fastidio lasciarlo così, come se non contasse. E invece conta.

Né dentro né fuori: il territorio di mezzo

Il balcone è il confine. Quella sottile linea di territorio sospeso tra il dentro – dove posso stare in pigiama alle undici di mattina e nessuno ha niente da dire – e il fuori, la strada, il pubblico, il mondo abitato da chiunque, anche da persone molto diverse da me.
In casa sono completamente a mio agio, nel senso più vero del termine. Ho i miei ritmi, la mia dimensione privata (fino a un certo punto, visto che non ho messo le tende). Fuori c’è il codice condiviso: le regole non scritte dello spazio pubblico, una certa versione di sé che si mette su insieme alle scarpe.

Il terrazzino è nel mezzo. Puoi curarlo come fosse casa tua, e per me lo è, appunto, ma non puoi dimenticare che fa parte anche del paesaggio degli altri. Chi passa vede. Io vedo chi passa. Non ci esco certo in mutande. Ma mi siedo, mi godo il sole, osservo il viavai.
È una socialità discreta, silenziosa, quasi involontaria. E in qualche modo, mi sento parte della città anche da lì. Osservo (più che altro sento) i vicini che si relazionano tra loro; il mio è un quartiere popolare e popolato, dove ancora le donne conversano con le persone in strada urlando dal terrazzo e ci friggono le melanzane così la cucina non prende odore.

Ogni tanto, mi arriva un profumo che mi ricorda le mie estati al mare in meridione o la zaffata della carne abbrustolita quando si apre la stagione della griglia.

Il caffè, i tigli, e la bella stagione

Stamattina mi sono svegliata con quella luce di giugno che filtra dalle persiane e fa capire subito che si sta bene, fuori. Ho fatto il caffè, ho aperto la porta del balcone per respirare l’aria più fresca che potrò trovare oggi. I tigli fanno ombra il giusto, i raggi del primo sole filtrano quel tanto che basta.

La strada sotto non si era ancora svegliata ma a breve avrebbe preso vita: qualcuno in bici, qualcuno con il cane, qualcuno di fretta e qualcuno no. Ogni tanto un bambino con la palla, ogni tanto una risata o un urlo; il camion che svuota i bidoni dell’immondizia, il furgoncino scassato di qualche artigiano, i genitori che portano in giro i bambini su improbabili BMW a pedali.

E poi c’è la parte meno romantica, quella dove la perfezione estetica capitola. Da qualche settimana abbiamo messo, infatti, una casetta per uccelli con il relativo mangime perchè abbiamo adottato, a tutti gli effetti, due tortore e qualche cinciallegra che ormai pasteggiano quotidianamente, colazione, pranzo e cena sul nostro terrazzo, e che quando trovano il piatto un po’ vuoto cominciano anche a fissarti dal vetro con una certa insistenza. Mio figlio ora è una grande appassionato di birdwatching domestico e quindi la perfezione estetica è stata sacrificata in nome della scienza… anche se la casetta è stata rigorosamente dipinta dello stesso colore della ringhiera.

Il punto è, probabilmente, che comunque continuiamo a cercare un affaccio, anche dentro spazi stretti, anche dentro vite complicate, anche dentro città sempre più care e stanche. Continuiamo a cercare un punto da cui respirare, osservare tortore e godere dell’aria della sera.
Io ho scelto di rendere quel punto il più bello possibile; è il mio modo di partecipare alla vita che scorre. Perché se ci vivo, ci vivo bene.

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