Street scene with pedestrians, cyclists, cars, and Italian buildings with shops and flags

Una rotonda, un sabato mattina: cronaca di un’empatia scomparsa

Era uscito senza fretta, come si fa solo quando si decide che la mattina appartiene a sé stessi, e a lui questo riusciva sempre molto facile.

Niente macchina, niente corse. Solo gli scarponcini sull’asfalto, un po’ di verdura biologica da comprare, e quei raggi di sole di sabato mattina che hanno il potere, se li lasci fare, di ricaricarti per tutto il fine settimana.

Una passeggiata. Una di quelle cose semplici che spesso dimentichiamo di fare e che, quando le si fa, ci si chiede perché non le si facciano sempre.

Stava per attraversare sulle strisce pedonali di una piccola rotonda sempre troppo trafficata quando il mondo ha deciso di mostrargli quello che è diventato.

La scena

Una donna in una piccola utilitaria stava uscendo dalla rotonda. Niente di strano, niente di particolarmente sbagliato – corsia di sinistra verso l’uscita, freccia lampeggiante, il modo più normale del mondo. Davanti a lei, un uomo in macchina, ormai quasi fuori dalla rotonda.

L’uomo ferma la macchina, abbassa il finestrino. E inizia a urlare.

Le urla che deve andare dall’altra parte. Che se viene dalla corsia di sinistra deve uscire per forza più avanti. Le dà della puttana. Della puttana a una donna, ma che novità; “avanguardia pura” direbbe Miranda Priestly.

Ad alta voce, in mezzo alla strada, di sabato mattina, mentre la gente intorno si gira a guardare e il traffico si blocca e quella donna, con l’aria spaesata di chi non sa che cosa fare e ha un po’ paura, rimane ferma lì, con il cuore probabilmente in gola e le mani forse che tremano un po’ sul volante.

L’uomo arrabbiato intanto blocca tutto senza motivo. Da un’altra macchina, inchiodata lì per colpa sua, un automobilista suona il clacson e gli dice di andare. E allora tocca anche a lui, naturalmente, la sua dose di urla. Perché quando si è in quello stato il bersaglio non ha importanza. Conta solo urlare.

Lui ha guardato la scena dal marciapiede, sulle strisce, con una sensazione strana nello stomaco. Un muto sconforto misto a incredulità.

Il signore con i volantini

Non aveva ancora finito di attraversare quando ha visto, dall’altro lato della rotonda, un signore in bici percorrere le strisce. Nel cestino, una pila ordinata di volantini, chissà cosa pubblicizzavano. Una sagra, forse. Un mercatino di quartiere. Qualcosa organizzato con cura, con il nastro adesivo e tanta buona volontà.

Fedeli al loro nome, i volantini volano. Finiscono in strada, sparsi sull’asfalto, proprio davanti alle macchine in coda.

E le macchine passano sopra. Una, due, tre. Nessuna si ferma. Nessuna aspetta. I fogli si sgualciscono, si strappano, diventano inutili uno per uno sotto le ruote di gente che aveva da fare qualcosa da qualche parte e non poteva fermarsi; no, non oggi, non adesso.

Il signore in bici era lì, in piedi, a guardare il lavoro di chissà quante ore rovinarsi sotto i pneumatici di perfetti sconosciuti. Lui si è fermato. Ha posato la borsa. Ha raccolto quello che si poteva raccogliere, non molto, ma qualcosa, e lo ha restituito con un mezzo sorriso di comprensione.

Quello che rimane

Me lo ha raccontato tornando a casa, con le verdure in mano e quell’aria di chi ha visto qualcosa che fa fatica a spiegarsi.

Non perché sia accaduto qualcosa di straordinario, anzi, è esattamente il contrario: è accaduto qualcosa di ordinario. Di normalissimo. Ed è forse questo il punto che spaventa di più. Quando la maleducazione violenta diventa paesaggio.

Quando passare sopra ai problemi degli altri, letteralmente con le ruote, non fa alzare nemmeno un sopracciglio. Quando urlare a una donna “puttana” da un finestrino abbassato è solo un’altra cosa che succede di sabato mattina in una rotonda qualunque.

Dove è andata a finire l’empatia?

Non quella grande, non quella da manifesto o da post motivazionale. Quella piccola, ordinaria, che ti fa alzare il piede dall’acceleratore per due secondi perché un signore in bici ha perso i suoi volantini. Quella che ti ricorda che anche gli altri hanno un sabato mattina. Anche loro stanno cercando, a modo loro, di respirare un po’.


Uno di quei racconti il cui nonsense ti fa pensare, uno di quei sabati che ti fanno venir voglia di scrivere.

E allora ho scritto.

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